TERRAE MOTVS





uno spettacolo di Roberto Paci Dalò e Isabella Bordoni

testo Isabella Bordoni





Tra poco dimentico il mio nome e allora
attraverso gli specchi e allora
scompaio,
è un vago sentimento di malinconia che si raddensa

: si sta bene qui :

questo è il giorno degli dèi che tacciono
questa è la notte degli dèi che tacciono,
bruciano le case nelle grandi pianure bruciano le case sulle cime dei monti
bruciano le case e dentro alle case
bruciano i mobili, scappano i bambini, non si può stare lì
, brucia l'anima brucia di desiderio
, la meteora si è sganciata la galassia è persa la scintilla più
piccola si è fatta fuoco fuoco e fiamma bruciano la pietra!

Ho dimenticato tutto: ho dimenticato le parole che servirebbero a mentire, ho
dimenticato le menzogne che servirebbero a dimenticare;
appoggio un piede nel mare un piede lo appoggio nella terra, sulla pietra.
Affonda così la mia vita nella sua vita sedimentata e fossile.
Si travasa l'ombra del giorno passa di corpo in corpo,
ecco
è la sera!
Per quel poco che resta, mandami boccali di luce!

Non hai anche tu cercato ciò che già sapevi?
Non confondermi, innocenza e delitto stanno insieme
candore e sangue si amano!
Ecco il mio odore.
Ecco il mio cuore.

Sopra,
più in alto dei pali e dei fili della luce
io la vedo la vita scheggiare
l'involucro del tempo:
posarsi come freddo anzi gelo
farsi rugiada e poi mutarsi in echi sgocciolanti...Domani!
Oggi è il tempo dei ghiacciai, il tempo che si sta preparando pare ora
... :
sgocciolio dell'acqua sull'acqua.
Sotto,
un soffio immemore raggela movimento e quiete tra le ciglia degli alberi, apre e chiude
il vento le foglie di acanto
prima del loro sonno e dopo
su colonne
corinzie.
Anche con debole vento esse spasmano in torsioni di luce, in una brama di
caducità.
Ma già in quella pietra sempreverde traspare anzi suda l'esistenza fossile che
conserva il canto!
Ciò che sta nel mezzo
riposa o vaga tra sponda e sponda, nel mezzo lei la sonnambula, la portatrice d'acqua,
non sente nessun dolore
sono spezzate le lance diventano semenza di vita.
Non è affatto faticoso il suo lamento e non lenisce nessuna pena...Sola, lei si
assopisce per secchezza -sebbene la marea la
inondi- eppure questa stanchezza ora le
basta!
Intorno,
intorno non è che sia movimento o quiete ma un tutt'uno
: non uno o l'altra ma insieme
tensione minerale,
lei pozza e sorgente lei soglia
dove tra lì e non-lì talvolta -talvolta- nessuna differenza.

Vedi
dopo la pioggia, per la strada, la luce scorre come
sangue.
Non la dimenticare!
Dice l'inganno -dice- e forse dice la fatica, dice l'attesa, dice
perdonami figlio le veglie gravide d'ansia, dice
tua madre nella tana ha pungiglioni d'oro. Dice
sono tornata, eccomi infine
arresa
colpevole
arresa.
Insegnami il gioco essenziale di chi cinge ciondoli e fianchi
insegnami a ridestarmi in un trucco di coltelli e follia
insegnami a riposare con l'acuta perplessità che si diffonde a cerchi
concentrici.

Tu mi hai promesso l'Eternità. Non io - non io -.
Tu hai accecato la lepre quando quel soffio ti diceva la fuga ed era non-lì, non- quella la strada o giusta o sbagliata che fosse solo stridore di ferri su rotaie e pioveva un fetore di panni sporchi ed era non-lì, non-quella, ma solo una bestia in fuga e spaventata.
Urla lo strazio di tua madre che ti ha partorita cieca eppure non-lì, non-quella la ragione in cui o morire o rinascere e portare quella vendetta
lontano.
Ecco
salgono femmine multiformi a scorticare questa anima:
con le unghie
vorrebbero scalfire quel poco di corteccia che protegge il mio cuore
con la lingua
oserebbero sottrarmi la resina
amara e
l'arsura.
Bestie sudice succhiano i vestiti accovacciate su latrine di pensieri.
Si spacca marzo in due: di qua e di là da venire il tempo rigonfio del mandorlo feconda la terra con piccoli fiori bianchi...
Dove ho disobbedito..., dove ho taciuto..., dove ho deluso...?
Si spacca l'anima disobbediente
: da i tetti delle case
in ogni città
cola
la vita debole.

Si è aperto il cielo azzurro
è aumentata la prosperità,
la discendenza si è moltiplicata, è giunto
il tempo, il tempo,
il tempo.

Nel giorno che esalta la colpa con luce piena,
sdraiati allora su questo letto
deponi la scaltrezza, addolcisci i sensi,
scalfisci il cono d'ombra fatto di ingratitudine e pregiudizio, strappa
quel velo che tira e fa male.

Sarai asilo,
sarai barriera,
sarai leggera,
sarai, sarai, sarai...

Vorrei parlarti con delicatezza
e sfrondare la saggezza che tenta e
svapora.
Ci sono volte
che il tuo viso mi è patria,
patria infuocata di coraggio ed ardesia
e sul fiume che porta alle parole ho sacrificato talvolta il senso - ho sacrificato - ma
era già brace, già cenere...
Talvolta dall'acqua emergono parole e sono parole
sazie, colme di alghe e pesci.
Così
rammendo sul tuo volto
la pazienza che ti manca...

Alla sera ti laverai con acqua e sale
: potrai rientrare nella casa.

Sospesa tra cielo e terra
le ali del serpente mi circondano di collera,
io volevo essere un fanciullo cavaliere,
ma nemmeno le parole, nemmeno il tempo, tutto era diverso
; su questo ventre da bambina passa un coltello da parte a parte
: quando ho ucciso quella figlia guerriera?
Quando ho disobbedito?

Dissipate le certezze, sfinisciti!
Batti le ali, trattieni il fiato, riposati sulla mia spalla, che l'anima stanca annoda la
nuova promessa.
Guarda!
La cima della betulla si piega,
rosso si spande di sotto, gocciola
sulle terre basse.
Vieni ora, riposati
un tempo glorioso ci ordina di tacere!

Non c'è traccia di me tra i rami
c'è
nei grappoli
un buio! che sono grumi di pietà nella sera.

Fatti illuminare
fino a dove non arrivano gli sprechi del guardare
nelle ore bagnate di quando la cecità
ci duole.
Fammi tendere l'orecchio alla tua pancia,
fammi ascoltare il ricordo
che porta
di quando si frantuma il tormento
in spesse croste d'argilla.
Vorrei
risillabare le parole
a spicchi,
agrumi che dissetano
nell'ansia di prender forma.

Tu sarai il mio orecchio fino,
tu sarai il mio occhio sensibile,
ginocchio flessibile, gomito piegato,
la mia gota garbata
il mio movimento, il mio riposo;
sii eloquente, parla
parla
parla.

Quante volte nelle vie d'inverno di una città o nella casa al crepuscolo o nella solitudine più densa sotto il suono d'ombra o di campane nella stessa grotta del piacere umano, mi son voluta fermare a cercare l'eterno bene e questo nel cereale, come una storia gialla di piccoli semi ricolmi, ripete via via un numero che di continuo è tenerezza e questa nell'acqua è patria trasparente, campana…
Mai più passerà quest'inverno, il freddo oltre la collina ha lasciato grumi amari.
Eppure sono tornata, eccomi infine.

C'è una lingua in cui ci capiremo.










TERRAE MOTVS
dedicato alla Madonna del Parto, a Piero della Francesca
© 1991 Isabella Bordoni / Giardini Pensili. Tutti i diritti riservati

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