GIOIA
COSTA ARTICOLI LE CRI DU CAMELEON
LE
CRI DU CAMÉLÉON Josef Nadj - Anomalie Coreografia e messa
in scena: Josef Nadj Scenografia: Goury. Musica: S.K. Tickmayer e Anomalie.
Luci: R. Nicolas. Uno spettacolo del Centro Nazionale delle Arti del Circo.
Con: Etienne Arlettaz, Arnaud Clavet, Vincent Gomez, Laurent Letourneur, Mickaêl
Mercadié, Bruno Michel, Jambenoix Mollet, Laurent Pareti, Thomas Van Uden,
Martin Zinnermann. Abbiamo già parlato, a proposito di Anatomie
d’un fauve, di Josef Nadj, il regista-coreografo di origini yugoslave che
si inscrive nella tradizione del teatro dell’Est. Josef Nadj lavora esplicitamente
in una zona di confine: fra danza e teatro in Anatomie, fra danza, circo e teatro
in quest’ultimo spettacolo, Le cri du caméléon. Già
nel titolo appare chiara l’intenzione dell’autore: il camaleonte come
emblema della modernità, necessità di adattamento a forme in perpetuo
cambiamento, impossibili da chiudere in uno stile, in una classe, in una definizione.
Il camaleonte quindi come esempio dell’adattabilità totale, dell’aderenza
incondizionata e acritica, come modello di sopravvivenza in una società
(non importa quale) destinata a fagocitare ogni devianza e soprattutto ogni differenza.
Il lavoro di Nadj è da sempre caratterizzato dalla negazione delle
leggi fisiche e delle logiche spaziali: i corpi si dissolvono in movimenti che
contrastano ogni possibile forza di gravità, scivolando al contrario su
superfici in pendenza, sfidando con apparente naturalezza ogni proporzione e contrastando
tutti i limiti corporei. Per questo motivo, il fatto che quest’ultimo
lavoro sia nato in collaborazione con il circo gli permette di andare ancora più
a fondo nella negazione: gli acrobati-ballerini aggiungono alla sfida sempre presente
nei suoi spettacoli il pericolo, rendendo ancor più evidente la forzatura
dei limiti spazio-temporali. Studio sulla metamorfosi coatta, sull’adattamento
involontario, sulla contaminazione totale, Le cri du caméléon è
uno spettacolo in cui la dimensione fantastica, la citazione pittorica, il forte
riferimento plastico e tematio al lavoro di Tadeusz Kantor, l’allusione alla
metafisica di Jarry e al soprannaturale si fondono in un racconto onirico ricco
di suggestioni. Poter contare sulla capacità acrobatica del circo e quindi
sulla rottura dei limiti del palcoscenico teatrale ha permesso a Nadj di fondere
sala e platea, soprattutto nei numeri propriamente acrobatici nei quali acrobati
senza filo attraversano la volta della tenda appesi a liane di seta e a ganci
invisibili. Le cri si apre con una citazione di Brueghel: il palcoscenico
è popolato di personaggi dal volto coperto, tutti di proporzioni alterate:
c’è chi cammina sulle ginocchia, chi ha una specie di siamese attaccato
al corpo, chi, camminando sulle mani, mostra una seconda testa cucita sull’inguine,
che inquieta per la sua mostruosa verosimiglianza. Una fiera della differenza
anonima e anbormale, scevra da giudizio e da commento. Una fotografia del mondo
in dissoluzione, nel quale non manca però il gioco: concerti assurdi, giochi
a palla e scivolamenti tridimensionali, prestidigitazioni e prove di magia, equilibrismi
e numeri di abilità con il cappello. Da questo universo senza riferimenti
possibili manca ogni forma di tristezza e di drammaticità. E’, appunto,
una delle visioni possibili della dissoluzione in atto. Lo scardimamento assurge
a nuova categoria del presente, come ad esempio nel ‘numero’ dell’uomo
che non può stare in piedi e traversa la scena cadendo come un fantoccio
di stoffa in tutte le direzioni. La sua assenza di corpo, di peso e di materia
è tale da far dubitare che sia in carne ed ossa, fino al momento in cui
riappare in nuova veste per un numero acrobatico. La forte negazione della gravità
e del peso mantengono lo spettatore sospeso fra incredulità e sospetto,
nel perenne dubbio che sia possibile spingere fino a tanto le leggi della proporzione
e forzare a tal punto i limiti del corpo umano e dello spazio scenico. Il
circo vero e proprio, con i numeri di abilità, gli equilibrismi per aria
e il fiato sospeso nei salti mortali, appartiene all’ultima parte dello spettacolo.
Lì un acrobata si arrampica come un gatto legandosi ad una corda e buttandosi
nel vuoto senza rete, mentre un gruppo di attori atleti si tuffano da una piccola
altalena in tripli salti mortali, accolti all’arrivo da un materasso spostato
dagli altri di scena. Pubblicato in Sipario, 1996 <
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